Vigili del Fuoco Torino
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L'allarme in diretta: ore 19,38
Una forte scossa del IX° grado della scala Mercalli (6,9 Richter) devastò il sud Italia. I Vigili del Fuoco di Torino, oltre logicamente ai colleghi locali, furono tra i primi a saperlo, quasi in tempo reale. Erano le 19:30 circa. Un collega, prima di prendere servizio, stava telefonando alla fidanzata residente in Campania. Durante la conversazione, alle 19:38 in punto, la sentì urlare: “...il terremoto… c’è il terremoto!..”. Poi la linea cadde. Il collega ci avvisò immediatamente. Dopo il cambio turno e la verifica serale, ci radunammo davanti al televisore del centralino, che iniziava a trasmettere le prime, frammentarie notizie. Senza attendere disposizioni dall’Ispettorato, ma conscio della gravità dell’evento, il Capo Sezione Franco Garella fece allestire due Sezioni Operative in assetto "terremoto". Alle 22:00 circa giunse l’ordine ufficiale: si parte. |
Centralino - Sala Radio
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Campo Base Piemonte
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Campo Base Piemonte: la palude Alla colonna mobile, costituita dalle sezioni operative piemontesi, fu ordinato di recarsi ad Avellino dove sarebbe stato allestito il Campo Base regionale. Venne scelto il piazzale, adibito a parcheggio, dello Stadio “Partenio” di Avellino, di fronte alla Tribuna “Montevergine”. Il piazzale era, purtroppo, una conca e le incessanti piogge che flagellarono la zona per lungo tempo lo trasformarono in una piscina. Nelle tende, per non restare con gli stivali di cuoio immersi in 20 cm di acqua, furono posizionate delle pedane ma l’umidità permeava tutti gli indumenti, i materassi, le coperte, le lenzuola nonché lo stesso personale. |
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Il caos e l'assurdità degli ordini
Nei primi dieci giorni regnava il caos totale. Non vi era programmazione. Le squadre intervenivano su chiamata diretta degli abitanti, che segnalavano cadaveri o lamenti dalle macerie. Nonostante il "cratere sismico" di 17.000 km² e le notizie di paesi isolati dove i soccorsi non erano mai arrivati, molte nostre Sezioni venivano inspiegabilmente fermate ad Avellino in stand-by. Dopo cinque giorni, a fronte della nostra richiesta impellente di raggiungere le zone isolate, ricevemmo un ordine grottesco: effettuare un sopralluogo in un'abitazione del centro di Avellino per verificare se fosse possibile recuperare, dalla cantina, l’olio e la salsa di pomodoro del proprietario. Al nostro fermo rifiuto, fummo minacciati di denuncia (che, fortunatamente, non ebbe seguito). Di fronte a un'immobilismo burocratico che appariva criminale, la disciplina militare lasciò spazio alla coscienza umana. Mentre al Campo Base regnavano la disorganizzazione e l'attesa di direttive che non arrivavano mai, l'insofferenza tra noi cresceva di ora in ora. Sapevamo di avere i mezzi, le braccia e la preparazione per portare soccorso alla popolazione, eppure eravamo costretti a restare fermi, "in stand-by", mentre la terra tremava ancora. |
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Il mistero di Vicolo S. Antonio Abate
Nel centro di Avellino vi era, speriamo vi sia ancora, il Vicolo S. Antonio Abate. Nella costante ricerca di “lavoro” effettuammo un sopralluogo in tale vicolo, constatando che molte facciate erano crollate ed all'interno, come in una casa di Barbie, si vedevano le tavole ancora imbandite ed i panni stesi ai balconi. Essendo l’ora tarda e non essendovi illuminazione, stante anche la palese instabilità degli edifici, decidemmo di proseguire il sopralluogo il giorno successivo. Il mattino dopo, con nostra grande sorpresa, vedemmo che l’accesso al vicolo era stato transennato ed era presidiato da militari, per impedire saccheggi…. così ci dissero. Mentre parlavamo con i militari giunse un tale che si qualificò come Tecnico del Comune il quali tentò di dissuaderci dal proseguire il sopralluogo in quanto l’intero vicolo risultava essere “disabitato”. A fronte della nostra osservazione sul fatto che, essendoci tavole imbandite e letti fatti, risultava difficile credere al fatto che tali case non fossero abitate, ci fu risposto che al Comune risultava un ordinanza di inagibilità emessa, addirittura, in occasione del precedente terremoto verificatosi , ci pare di ricordare nel 1962 e per tali ragioni non necessitava effettuare alcuna ricerca di persone eventualmente rimaste sotto le macerie perché….li non ci “doveva” abitare nessuno. |
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La fame e il "Furgone Viveri"
Al di là del sacchetto con i viveri per il viaggio, consistenti in tre panini, al Campo Base Piemonte non vi erano viveri e non era possibile nemmeno l’approvvigionamento in quanto tutti i negozi ed i magazzini della città erano chiusi ed il Comando di Avellino era in grado di fornirci solamente grandi forme di pane, sovente stantio. Tra le varie assurdità che fummo costretti a vedere e subire, la più incredibile, fu quella relativa al “Furgone Viveri”. Il Comando di Torino inviò un OM Leoncino con derrate alimentari, pasta, olio, pelati, ecc. ma siccome il Campo era “Regionale” sorse il dubbio se tali viveri fossero destinati al solo personale di Torino o ai colleghi dell’intera regione. Nel dubbio ed in attesa di conoscere l’illuminato parere dell’Ispettore Regionale del Piemonte… il furgone rimase chiuso! Ci aggiustammo “requisendo” generi alimentari dove capitava.. |
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Servizi IgieniciAl Campo Piemonte non vi erano docce o servizi igienici e quelli dello Stadio erano logicamente chiusi.
Di giorno si usufruiva dei WC delle case diroccate, restando sempre in allerta per paura di nuovi crolli, ma di sera ed al mattino il problema era ”pressante”. Le collinette che attorniavano l’impianto sportivo divennero quindi una cloaca a cielo aperto che costringeva i colleghi ad improbabili slalom o, peggio, a venefiche scivolate. Analogamente, restava insoluto il problema docce e, al di là della barba che era divenuta un contrassegno peculiare di tutti i pompieri, l’assenza di igiene iniziava a creare qualche problema di convivenza… |
Le comunicazioniAnche comunicare con i propri familiari era un'impresa: non esistevano ancora i cellulari e le reti telefoniche tradizionali erano spesso fuori uso. Bisognò attendere parecchi giorni per l'installazione di una linea telefonica al Campo Base Lazio. Fino ad allora, l'unico contatto possibile avveniva sporadicamente via radio, grazie all'interconnessione tra il Centro Radio Nazionale e il Centralino del Comando di Torino. In quella situazione difficile, i colleghi centralinisti di Torino dimostrarono una sensibilità straordinaria: annotavano i numeri telefonici dei nostri cari e si incaricavano di chiamarli personalmente per rassicurarli sulle nostre condizioni.
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